Culto 10/02/2019 - 5° dopo Epifania

di Ruggero Marchetti pubblicato il 10/02/2019 23:13:33 in culto 86

Isaia 6 , 1 – 13

Nell'anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L'uno gridava all'altro e diceva: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!». Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo.

Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti!». Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall'altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato».

Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?». Allora io risposi: «Eccomi, manda me!». Ed egli disse: «Va', e di' a questo popolo: "Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!". Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi, non intenda con il cuore, non si converta e non sia guarito!». E io dissi: «Fino a quando, Signore?». Egli rispose: «Finché le città siano devastate, senza abitanti, non vi sia più nessuno nelle case, e il paese sia ridotto in desolazione; finché il Signore abbia allontanato gli uomini, e la solitudine sia grande in mezzo al paese. Se vi rimane ancora un decimo della popolazione, esso a sua volta sarà distrutto; ma, come al terebinto e alla quercia, quando sono abbattuti, rimane il ceppo, così rimarrà al popolo, come ceppo, una discendenza santa».

Un pensiero dalla predicazione

thumbnail articleQuesta pagina “impossibile” di Isaia potrebbe essere una protesta contro quella “abitudine alla misericordia facile” che forse era presente nell’Israele dell’“anno della morte del re Uzzia”, e che sicuramente è ancora ben presente, dopo tremila anni, in mezzo a noi.

Forse è così. Forse a chi dice che, se Dio esiste è solo per perdonarci quando noi ci pentiamo, il profeta risponde che può arrivare il tempo in cui pentirsi non è più possibile. Sì, a chi pensa che Dio non punirà, che aspetta sempre solo il pentimento, ed allora sostiene, parafrasando in modo improprio Paolo, che “il peccato può e deve abbondare affinché la sua grazia sovrabbondi” (cfr Romani 5,20), Isaia qui dice: “Quando il male ha abbondato, può essere troppo tardi per pentirsi!”.

Ma allora, se davvero è troppo tardi, perché mandare il profeta a predicare? Forse (vedete quanti “forse” siamo obbligati a dire?...) il compito di Isaia è ricordare che Dio rimane Dio anche di fronte al crollo del suo stesso progetto. Che è sempre ancora lui che presiede sovrano allo smantellamento dell’alleanza che aveva voluto e di cui ha dovuto decretare il fallimento. Sì, Dio rimane Dio anche nel fallimento!

Certo, non è una parola facile. Non è una consolazione, né un modo di salvare la morale di una storia che non ha funzionato. È un “lampo di verità”, che scoppia in mezzo al buio e che ti accieca. Quando tutto è perduto, quando la salvezza sembra fuggire via e Dio stesso sembra volere così, non rimane che lui. Ma lui rimane, e è Dio. È il Dio “tre volte santo”! Esserne i testimoni, come è stato Isaia, è tutto quello che è possibile fare. Più tardi, forse, altri potranno vivere di questa testimonianza insieme disperata e colma di speranza – davanti a Dio il principio di non contraddizione non conta niente…

Tutto questo, sapendo un’altra cosa, la cosa decisiva!

Nella visione iniziale, “i serafini”, cantano gloria a Dio, proclamano in maniera impressionante la sua santità (il “Santo, santo, santo” è un bel superlativo assoluto ebraico). Ma quando poi “il Signore degli eserciti” decide di mandare qualcuno a parlare nel suo nome, non manda un serafino. Manda un uomo: Isaia. Perché soltanto un essere umano, e non un drago (seppure della corte celeste), e nemmeno un arcangelo può dire agli altri umani che, quando tutto crolla, su ogni cosa regna sovrano “Dio”. Perché se a dirci questo Dio ci manda un nostro fratello in umanità, vuol dire che, nonostante tutto, non ci ha rigettati, che ci considera ancora importanti e, di più, ancora “suoi”, sue creature e suoi figli e figlie. E tutto questo è solo puro amore. È strano, è un paradosso, ma proprio mentre con la sua predicazione Isaia “indurirà il cuore” di coloro a cui parla, in quel momento stesso, proprio perché parla a loro “nel nome del Signore” sta anche proclamando che “Dio è amore”. E noi sappiamo bene che, dopo Isaia Dio manderà qualcun altro a rivelare al suo popolo e al mondo il suo “essere amore”. Sì, a dirci che “Dio è amore” (1 Gv 4,8), e a dircelo in pienezza, sarà l’ “uomo” Gesù di Nazareth.


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